Tra Cina e Venezia, intervista all’artista Jingge Dong

Intervista a Jingee Dong
1. Ciao Jingge ! Parlaci di te: chi sei e come ti descriveresti in tre aggettivi?

Ciao Sara! Sono Jingge Dong, un giovane artista originario della Cina. Mi sono laureato un anno fa presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove attualmente vivo e continuo a dipingere. I tre aggettivi che mi descrivono sono sensibile, curioso ed emulativo.

2. Dopo la formazione a Shanghai, hai deciso di spostarti in Italia, a Venezia per continuare la tua formazione. Come mai questa scelta?

In Cina ho imparato l’Arte classica figurativa occidentale e dopo soli 8 anni di studio e ricerca ero in grado di fare un ritratto fotografico con l’utilizzo dei colori ad olio. Progressivamente però, dentro di me è cresciuta la volontà di distinguermi dagli altri studenti: ero curioso di vedere come sarebbe stato il mondo dall’altra parte dell’Oceano. Per questo motivo ho deciso di trasferirmi in Italia: Paese ideale per studiare e affinare la mia tecnica artistica. Per quanto riguarda la scelta della città, ho optato per Venezia sotto consiglio di un insegnante italiano, che ho conosciuto a Pechino e che mi ha esposto il prestigio dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. Non mi pento di certo di averlo ascoltato: adoro Venezia e la sua capacità di coniugare passato e presente, storia e contemporaneità.

3. Che impatto ha avuto sulla tua arte l’incontro con la città lagunare?

Da cinque anni vivo a Venezia e ogni giorno faccio esperienza della diversità del suo paesaggio, delle persone che la popolano e del loro modo di vivere. L’essere tra queste due realtà (Oriente e Occidente) mi arricchisce e cerco di esprimere questa sensazione all’interno delle mie opere. Un esempio lampante è il mio primo ciclo di quadri ”Notte bianca”.

4. Com’è nata la tua passione per l’Arte?

Quando ero piccolo amavo dipingere e disegnare i mezzi di trasporto come macchine, treni e aerei. Ma il vero momento di innamoramento per questa disciplina è avvenuto a dieci anni, quando vidi per la prima volta un ritratto di mio papà fatto da un insegnante e pensai che fosse l’opera più bella che avessi mai visto. Da lì è iniziato il mio circolo vizioso: ho cercato sempre di più di affinare la mia capacità di realizzare un disegno figurativo e più riuscivo nella mia impresa, più mi appassionavo all’Arte.

5. Cosa influenza particolarmente la tua creazione?

Alla base vi è la ricerca e l’analisi dei capolavori dei grandi maestri del passato e contemporanei e la sperimentazione di nuove tecniche e materiali. Ma ciò che mi influenza maggiormente è il modo di pensare: mi pongo sempre delle domande sul cosa voglio realizzare e come farlo.

6. C’è un artista o un movimento in particolare al quale ti ispiri?

Tanti sono gli artisti e i movimenti che orientano la mia creazione artistica: da Caravaggio ai Pre Raffaelliti, da Manet a Vuillard, da De Kooning fino a Luc Tuymans e Peter Doig. Attualmente però sto cercando di integrare maggiormente l’Arte occidentale e orientale per sviluppare un percorso artistico più personale e più forte.

7. Qual è il messaggio che vuoi dare con le tue opere?

Le serie “La notte bianca”, ”Il paessagio del caos”, ”Goddess of the Luo river” e “Dreamland” trasmettono i miei sentimenti e le mie idee. Ad esempio, con l’ultimo ciclo “Dreamland” ho voluto rivendicare una visione soggettiva rispetto al reale, operando una libera destrutturazione-ricostruzione della forma. A me interessa in primis il processo, le mie opere anelano e invitano alla creazione di percorsi possibili: “Dreamland” è questo.

8. Nel 2017 sei stato il vincitore della categoria Pittura alla Biennale D’Arte Emergente-MArte live di Roma. Cos’è a significato per te?

La vittoria ha segnato un momento importante nella mia vita artistica e personale: è stato il primo modo per farmi “debuttare in società”, facendomi conoscere al pubblico. Nel 2017 frequentavo già da due anni il corso di Pittura all’Accademia di Venezia e avevo accumulato una serie di lavori che ritenevo di alto livello. Ero curioso di sapere se il pubblico al di fuori dell’Accademia la pensasse come me e apprezzasse i miei sforzi. Alla fine, per fortuna avevo ragione. La vittoria mi ha reso più fiducioso e di conseguenza maggiormente appassionato al mio lavoro.

9. L’opera con cui hai partecipato alla Biennale MarteLive è un dipinto intitolato “Il paesaggio del caos 2”. Quale significato assume il caos nella tua produzione artistica?

Il caos rappresenta un senso di “bellissimo” disordine: ordine e disordine, luminosità e buio. La bellezza credo proprio nasca da questo conflitto tra gli opposti che, attraverso i miei studi, cerco di scoprire. Dal punto di vista concettuale invece il caos è paragonabile alla mia vita. Quando ho realizzato “Il paesaggio del caos 2” avevo 29 anni e tanti pensieri per la testa: il lavoro, il matrimonio, la tesi, il mio percorso artistico e così via. Pensieri che cercavo di ignorare per concentrami solamente sulla mia produzione artistica, cosa che ovviamente non era possibile. Così, vita ideale e vita reale si mescolavano e si mescolano, ma come ho già detto è dal conflitto che nasce la bellezza, che spero di trovare in questo caos.

10. Fino al 27 settembre hai esposto alla mostra “Senza pietre non c’è arco” presso la Libreria Minerva di Padova. Per l’occasione hai deciso di presentare un ciclo inedito di lavori che ha molti collegamenti con l’opera di Italo Calvino. Come si pone la tua arte in dialogo con la letteratura?

“Le città invisibili” era un’opera che mi era stata consigliata da molte persone e questa è stata l’occasione perfetta. Cerco sempre di percepire la potenza che ha lo scritto per capire se posso tradurre, grazie all’aiuto della mia mente, le parole in forme e in immagini. Sono dell’idea che ognuno interpreti e interiorizzi le parole a proprio modo, e così da un solo testo possono scaturire anche centomila versioni differenti.
Ho lavorato a stretto contatto con lo spazio della libreria che oggi mi ospita: nella cripta ci sono alcuni lavori che ricordano un libro, quasi a voler far coincidere il mio lavoro con quello che avviene in questo contesto. La mia volontà però non è quella di realizzare delle immagini tratte dal libro, ma di rivelarne, tramite la mia particolare forma artistica, la realtà e l’essenza.

11. La mostra presenta una forte relazione tra Oriente e Occidente. Com’è il tuo rapporto con queste sue realtà?

La mia volontà è quella di ricercare, tramite una fusione delle forme artistiche di questi due mondi, una nuova esperienza visiva. Ho la fortuna di aver trascorso i primi 25 anni della mia vita in Cina e gli ultimi 5 in Italia. Questo ha completamente cambiato il mio modo di pensare, passando da un approccio unilaterale alle cose ad un approccio bilaterale: chiedendomi sempre se ci sia un altro modo di procedere e di risolvere le cose. Spero di trovare prima presto possibile un linguaggio artistico che mi permetta di esprimere il rapporto con questi due mondi.

12. C’è qualche progetto futuro che puoi anticiparci?

Adesso lavoro al Padiglione Antares a Porto Marghera, che fa parte di un progetto ”Extraordinarioworkshop” curato da Daniele Capra, Nico Covre, il mio Professore Di Raco e Nebojsa Despotovic. Assieme a me lavorano diversi artisti molto bravi, assieme ai quali faremo un Open Studio a metà ottobre. A gennaio 2021 parteciperò ad Artefiera di Bologna con la galleria l’Ariete artecontemporanea. A maggio 2021, invece, faremo una mostra finale di giovani artisti della residenza di Fondazione Bevilacqua La Masa alla Galleria di piazza San Marco. Infine, dopo tutte queste meravigliose esperienze, vorrei tornare in Cina per fare un po’ di vacanza e trascorrere del tempo con i miei cari: non li vedo da tre anni e mi mancano veramente tanto.

Intervista di Sara Iadicicco

Sara Iadicicco

2/10/2020

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